Sant’Officio

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Fondo Sant’Officio
 


 
CENNI STORICI
Dopo la riorganizzazione del Sant’Ufficio da parte di Paolo III nel 1542, nel patriarcato di Aquileia il sacro tribunale cominciò a funzionare in modo sistematico e stabile nel 1557 con l’arrivo a Udine del nuovo vicario generale Giacomo Maracco, che conservò nelle sue mani l’archivio, pur essendo presente un inquisitore fin dal 1556. Contemporaneamente la diocesi di Concordia aveva un proprio inquisitore, delegato dall’inquisitore generale di Venezia. Soltanto nel gennaio del 1575 l’inquisitore di Aquileia ebbe la giurisdizione anche su Concordia, ma, pur essendoci un unico inquisitore, le due sedi restarono distinte perché l’altro giudice del Sant’Ufficio era il patriarca di Aquileia o il vescovo di Concordia, spesso nel Cinquecento sostituiti dai rispettivi vicari generali. I tribunali dell’Inquisizione nella Repubblica di Venezia funzionavano inoltre sulla base di particolari accordi tra il governo statale e la Santa Sede, che prevedevano la presenza del rettore veneziano della città, il luogotenente a Udine e il provveditore a Portogruaro.
 
Per questo motivo a Cividale almeno per tutto il Cinquecento ci fu una seconda sede principale del Sant’Ufficio, con la presenza del locale provveditore e con il decano del capitolo come sostituto del patriarca. Nella parte del patriarcato sotto l’Impero i giudici della fede non operarono se non in rare occasioni per disposizione degli Asburgo. L’attività di repressione dell’eresia era regolata da speciali norme del diritto canonico, che disciplinavano i diversi tipi di procedimenti (processo formale, procedura sommaria, processo d’appello) e i rapporti tra confessori e tribunali della fede.
 
Nella Repubblica di Venezia le relazioni tra le autorità statali e i giudici inquisitoriali furono complesse e talvolta difficili. Spesso interveniva il Consiglio dei dieci e dalla fine del Cinquecento il Senato con decisioni che appoggiavano, ma anche controllavano e talvolta impedivano l’azione del Sant’Ufficio. Alla fine del Cinquecento e agli inizi del Seicento gli inquisitori nominarono dei propri vicari foranei in alcuni paesi importanti, in modo da poter controllare più agevolmente il territorio delle due diocesi, e lentamente divennero i giudici di fede prevalenti rispetto ai vescovi Tra 1557 e 1786 furono denunciati, sottoposti a indagine o processati in Friuli oltre 2.400 individui, di cui il 20% donne, con due picchi d’intensità agli inizi e alla metà del Seicento. I delitti contro la fede perseguiti furono vari e si possono raggruppare in alcune categorie: idee della Riforma, ebrei e giudaizzanti (pochissimi), rinnegati (cristiani passati all’Islam), proposizioni eretiche, libri proibiti, cibi proibiti, magia e stregoneria, atti di irriverenza, bigamia, disciplina del clero non osservata, atti contro il Sant’Ufficio.
 
Dopo i primi decenni in cui ci fu una vigorosa repressione della Riforma, l’azione del sacro tribunale si rivolse soprattutto contro i reati di magia e stregoneria, che da soli coprono un terzo del totale. Altri ambiti notevoli d’intervento furono la circolazione dei libri (con un grande rogo pubblico nel 1648) e la riconciliazione di parecchi soldati della fortezza di Palmanova (luterani, calvinisti, greco-ortodossi, musulmani) L’Inquisizione operò in Friuli almeno fino al 1800, come si deduce dalla data di nomina dell’ultimo inquisitore (fra Girolamo Maria Zanettini) in un registro della Congregazione del Sant’Ufficio, ma per l’ultima quindicina d’anni i documenti che restano sono pochissimi e frammentari. L’Inquisizione di Aquileia e Concordia è una delle poche sedi italiane per cui è disponibile l’elenco delle condanne capitali: ne furono emanate quindici nel Cinquecento, ma furono uccisi soltanto tre imputati in Friuli e uno a Roma, una sentenza fu eseguita sul cadavere del condannato morto in carcere, mentre un’altra fu annullata in appello, un imputato fuggì dalla prigione prima dell’esecuzione e gli altri otto erano contumaci. Altri due imputati processati a Udine furono estradati e condannati a morte a Roma, sempre nel Cinquecento. L’ultima condanna capitale eseguita in Friuli fu quella contro Domenico Scandella, detto Menocchio, promulgata l’8 agosto 1599 ed eseguita dal provveditore veneziano a Portogruaro qualche giorno dopo.
 
DESCRIZIONE DEL FONDO
L’archivio dell’Inquisizione fu conservato all’inizio dai vicari patriarcali e dal 1580 circa dall’inquisitore presso le sedi dell’ufficio, nel convento di San Francesco interiore (dentro le mura) di Udine e in quello di San Francesco di Portogruaro. Alla metà del Seicento l’inquisitore fra Giulio Missini portò a Udine tutta la parte storica dell’archivio di Portogruaro, mantenendovi solo la parte corrente. Nel 1806 il convento udinese dei frati minori, con annesso inquisitorato, fu soppresso dal napoleonico Regno d’Italia e i suoi beni furono confiscati, mentre l’archivio integro era già stato trasferito nei locali della Curia Arcivescovile di Udine.
 
I fascicoli manoscritti di circa 2.000 procedimenti (denunce, informazioni, processi formali, procedure sommarie), numerati progressivamente e disposti in ordine cronologico, costituiscono la parte principale del fondo, che comprende anche l’altra documentazione connessa allo svolgimento dell’attività giudiziaria. L’inquisitore fra Antonio Dall’Occhio (1677-1692) riordinò l’archivio e regestò tutti i fascicoli processuali, copiando i primi 422 regesti in ordine cronologico in un libro (Novus liber causarum).
 
La regestazione e la copia dei regesti furono continuate dagli inquisitori e notai seguenti, completando il primo libro e creandone un secondo in ordine alfabetico (Secundum millenarium causarum). Il Novus liber causarum, asportato nell’Ottocento e conservato nella Biblioteca Civica, fu l’unica base degli studi fino alle ricerche di Carlo Ginzburg, Luigi De Biasio e Andrea Del Col, e quindi all’apertura agli studiosi dell’intero Archivio Arcivescovile negli anni ’70 del Novecento.